IN RICORDO DI ENZO BIAGI

Enzo_biagi

IO C’ERO

E’ lultimo libro di Enzo Biagi pubblicato postumo (era nato il 9/8/1920 ed è morto il 6/11/2007) nel novembre 2008, prima edizione da Rizzoli.
La prefazione è di Loris Mazzetti.
Nel libro il grande giornalista e scrittore, lui si autodefinisce “cronista”, ricorda 62 anni di interviste e di cronache che vanno dal 1945 al 2007, quindi fino agli ultimi giorni della sua vita terrena: dalla liberazione, quando cioè i partigiani entrarono a Bologna con lui nei camion, ai giorni nostri.

Partigiani_sfilano_su_automezzi_a_Bologna con Enzo Biagi

Io cercherò, per quanto possibile, di paragonare quei tempi da lui vissuti con i giorni nostri e vedere se ci sono differenze oppure tutto è rimasto uguale o, peggio, se le cose sono peggiorate.

Nei tre lustri susseguenti l’anno della liberazione ci sono alcuni episodi narrati nelle interviste fatte da Biagi.
La prima alla Signora Catti, figlia prediletta di Alcide De Gasperi, che traccia così la figura del padre: “Era stato educato nel Trentino. Aveva cioè, una mentalità particolare. Rispettava il Pontefice, come deve fare un cristiano,  ma la sua libertà consisteva nella difesa di una certa linea, nel respingere le ingerenze che considerava ingiuste; conosceva i doveri di un capo di Governo”.

AlcideDeGasperi
Questo senso di libertà così spiccato, tanto da fargli dire di no parecchie volte al Vaticano, è stata la causa della scarsa attenzione da parte della Chiesa Cattolica nei suoi confronti e la guerra interna al partito di appartenenza portata avanti dai capo-corrente “clericali” legati mani e piedi al Vaticano.
Vedete la somiglianza tra il Vero De Gasperi ed il falso New Statista Autodefinito “Novello De Gasperi”?. Io penso che il VERO si sia rivoltato dalla tomba ed ogni notte appaia in sogno da incubo all’Autodefinito ed alla sua clacque di “clericali”.

Un altro episodio che voglio mettere in comparazione riguarda l’allontanamento dei fedeli dalla frequentazione delle funzioni religiose.
Il tema viene trattato da Riviste Cattoliche come “Orientamenti Pastorali”, teologi, gesuiti ecc. La rivista così si esprime attraverso il recensore dell’articolo: “Ci accusano di essere alleati dei ricchi” diceva un predicatore “ci rimproverano una scarsa azione sul terreno sociale, e ci attribuiscono tutte le colpe dei vari governi succedutesi dal ’45 ad oggi. E qualcuno, persino le colpe di quello di prima.”.
In questo caso nulla è cambiato: anzi è peggiorato. Vediamo come la Chiesa condiziona la vita politiva del Paese e l’accusa di allora è tutt’ora valida e non so quando questa ingerenza terminerà.
Siamo negli anni ’50: solo il 36% della popolazione frequenta le funzioni. A Milano, secondo un’ichiesta di Azione Cattolica, il 38%.
Io non ho dati attuali, ma stando ai lamenti dei sacerdoti parrocchiani, oggi le chiese sono semivuote e lo spazio riempito è composto da generazione vecchia.
I giovani ora, come allora, sono spinti, pressati dai bisogni, verso il raggiungimento della felicità terrena con l’appagamento dei bisogni con mezzi più sbrigativi: la politica.
Ecco: riporto un passo che mi ha colpito molto del sacerdote teologo CARLO COLOMBO.

carlo colombo

“La politica che prepara un più sicuro avvenire alla Chiesa è quella ispirata alla carità più profonda e più ardita”.
Nulla di tutto ciò è stato fatto in questi anni del dopoguerra. Chi ci ha provato, e vedremo in seguito chi, è stato eliminato dopo essere stato emarginato.
Mentre i gesuiti milanesi scrivevano nella loro rassegna “Aggiornamenti Sociali” che “ad un governo ostentatamente ossequiente verso la religione, ma insensibile alle istanze sociali, si deve preferire un governo forse ostentatamente legato a certe formule di rispetto, ma che faccia una sana politica in favore delle classi più disagiate”.
IMPRESSIONANTE
Sembra scritto ieri. E’ mettere all’indice la politica governativa e quella di oltre tevere. E’ anche un ammonimento dopo le fornicazioni vaticane, vedasi le colazioni, i pranzi e le cene dei maggior esponenti vaticani, con i governi berlusconiani che nulla hanno fatto per le classi più disagiate. Anzi, hanno contribuito alla formazione di varie “cricche” e “sodalizi criminosi” per l’arricchimento illegale “ad personam” o “ad aziendam”.

Per capire l’indipendenza dai partiti del “GIORNALISTA” Biagi bisogna leggere quanto scrive e racconta degli episodi vissuti.
“Presi presi servizio il 1° ottobre 1961: (esattamente 50 anni fa n.d.r.) fui assunto con inquadramento nella direzione centrale dei servizi giornalistici, con il titolo e le funzioni di vicedirettore centrale e direttore dei servizi giornalistici tv.
La mia presenza al telegiornale era un segnale di cambiamento, ma voglio chiarire che lì rappresentavo solo me stesso, non ero l’uomo di fiducia del PSI. Per un mese feci il lavoro a modo mio, buttando la sagra del fragolone, il taglio del nastro, l’inaugurazione del ministro tal dei tali. (Qui viene l’esempio più fulgido della sua libertà n.d.r.) Mi ricordo di un sottosegretario che disse “vado all’infiorata di Gensano e lei dovrebbe  mandare una troupe”. Gli risposi: “Scusi perchè?”. “Perchè è un’importante cerimonia relogiosa.” “Se lei si confessa, io le mando una troupe.”
Non se ne fece più nulla.”
E Biagi aggiunge: “Da subito cominciarono i problemi………omissis…”
Gli uomini liberi nella storia moderna, ovunque e specialmente in Italia, sono stati avversati dai politici di turno al potere. Siamo arrivati all’asservimento della testata giornalistica del TG1 di Minchiolini al volere del piduista con tessera n. 1816 e della sua “corte” di cortigiani corrotti.
C’è da rimpiangere quei tempi. Almeno sapevamo che a dirigere i servizi giornalistici vi erano persone nate nel “ventennio” fascista ed avevano maturato il vero senso della libertà intellettuale. Non come alcuni giornalisti attuali pagati e prezzolati dal potere dominante innalzati nei piedistalli di comando per ripetere la “velina” del padrone.
Lo so, erano altri tempi. Ritorneranno quei tempi? Io me lo auguro e spero di sì.

Cinquant’anni fa i codizionamenti ai giornalisti RAI erano più sofisticati: non c’erano “editti bulgari”.
Ecco come Biagi racconta il suo periodo romano.
“Ma a Roma non mi trovavo bene: tutto era politica, tutto doveva procedere secondo certi canoni, tutto era stato già stabilito, tutto seguiva una via segnata. Più volte mi chiesi perchè, conoscendo il mio carattere e sapendo che non ero un tipo maneggevole , Bernabei mi aveva chiamato , ma non c’è stato tempo per la risposta perchè dopo un mese gli dissi che sarei rimasto solo per un anno. Dopo dodici mesi tolsi puntualmente il disturbo e vuotai i cassetti….omissis.”
A questo punto Biagi ricorda le lettere di solidarietà che gli sono pervenute: Enrico Emanuelli dice tra l’altro “…ma penso che a poco a poco le tue “buone ragioni” devono vincerla sulle stupitaggini di qualcuno che non ha capito niente o che fa finta di non capire. Tranne qualche servo sciocco, tutti ti hanno difeso, e questo deve essere una prima grande soddisfazione…..”.
Cosa direbbe oggi Enrico Emanuelli di Minchiolini e della sua cricca che stanno portando la RAI nel baratro più profondo!!!.

Nino Nutrizio scrive “…..ti auguro di tenere duro nel mare di guai in cui ti sei messo e penso che, se fai la faccia feroce a tutti, la spunterai più facilmente di quanto oggi tu possa credere. In definitiva, a Roma, in una massa di gente che cala facilmente le brache, se si trova uno che sa dire di no, ha partita vinta…..”.
Chissà perchè mi viene in mente sempre e solo lui: Minchiolini:

Ma il pensiero più bello e più tranciante e nello stesso tempo ironico glielo ha mandato Guareschi che scrive: “Caro Biagi, sono molto preoccupato per te. Tu, dunque, non sai che Guareschi non fa notizia neppure se gli succede di morsicare un cane? E’ mai possibile? Non commettere mai più simili imprudenze:  se intendi rimanere alla RAI-TV, devi dimenticare di essere una persona onesta ed intelligente. (sembra scritto per raffigurare una sola persona: sempre lui. Minchiolini. n.d.a.) . Ti ringrazio e ti saluto con sincero affetto, dall’esilio Giovanni Guareschi.”.

Garinei e Giovannini scrivono tra l’altro: “…..da parte nostra ti giungano le nostre più affettuose felicitazioni per il pezzo da te firmato. E’ un classico da “antologia tv”. Mamma mia quanto sei bravo! (E tra le righe puoi leggere, in quest’ultima frase, una malcelata invidia.). Un abbraccio, un invito a perseverare (ricordati che Bernabei ti guarda)….”.

Ma il pensiero, che io chiamo premonitore, che anticipa di quarant’anni l’editto bulgaro, è di Giangiacomo Feltrinelli che così gli scrive:
“Caro Biagi, nel momento in cui lei viene personalmente e faziosamente attaccato per la sua obiettività e serenità giornalistica, voglio esprimerle tutta la mia solidarietà ed affettuosa amicizia. Giangiacomo Feltrinelli”.

Poi arriva la solita lettera di Bernabei, quella di rito quando un giornalista lascia educatamente dall’entrata principale senza sbattere la porta.

Le pagine che mi hanno colpito moto sono quelle dedicate ad Enrico Mattei ed al mistero della sua scomparsa.

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Biagi riporta un lato della bontà di Mattei dal racconto dei personaggi che lo hanno conosciuto e vissuto insieme come la vedova, Greta, la sorella Maria e l’autista Rino Pacchetti, medaglia d’oro alla Resistenza.
Pacchetti dice tra l’altro: “……..omissis….Dall’alto del grattacelo di Metanopoli mi mostrò la pianura lombarda: “Trecento ettari sono nostri: Ho cominciato pagando i terreni quattrocentosessanta lire al metro, senza dire nulla a nessuno. Non volevo correre rischi. Adesso ne vale cinquantamila. E tutto quello che vi è stato costruito sopra non ci costa niente.”.
Era soddisfatto, continua Pacchetti: “Vede: ho voluto una città intera per i miei operai: hanno tre camere ed il bagno, come gli impiegati, e campi da tennis, piscine, stadio, chiesa, e c’è anche un piccolo zoo per i bambini. Quì siamo tutti uguali e quando il lavoro è finito tutti debbono potersi mettere una camicia bianca. “.

Che uomo stupendo!
E’ proprio vero: il Signore per vie a noi sconosciute richiama a Sè sempre i migliori! Magra consolazione per coloro che sopravvivono.

Mi sono chiesto: è uno dei motivi che ha scatenato i nemici occulti e portato alla morte? Ma c’è un altro lato del carattere di Mattei che potrebbe aver scatenato la rabbia dei “poteri forti”.
Con una premessa voglio introdurre l’altro episodio.

Reguzzoni, capogruppo leghista alla Camera dei Deputati, il cui capo ordinò a suo tempo un tir di carta igenica dai tre colori della nostra bandiera, lo stesso che alla signora veneziana che sventolava la bandiera dal balcone disse di andarci pulircisi il “culo”, in un intervento recente ha detto che il Quirinale aveva in dotazione 43 auto blu, sottacendo quanti ne aveva la Camera , lui i suoi portaborse ecc. ecc.
Ecco come agì Mattei per lo stesso caso:
“……omissis….Era appena tornato dall’America, dove aveva scoperto che gli executives non si facevano portare in giro dalle macchine della società, ma si muovevano con la propria. Chiamò il capo del personale: <Quante sono le automobili che prelevano e riaccompagtnano a casa i diregenti?>, <saranno una ventina>. <Mi dica una cifra precisa. Quante a Roma, quante in Italia.> <In Italia saranno….devo controllare. Saranno, penso, un centinaio.> <Non pensi: vada a vedere, e mi prepari un prospetto con tutti i nomi dei beneficiari. Da domani il servizio è abolito.> <Abolito?> <Esatto. Ognuno va e viene con la sua vettura.>

Ecco, se ci fosse oggi un “Mattei” la Lega e Reguzzoni non esisterebbero. Ed è un altro motivo della sua scomparsa: Mattei era scomodo alle “sette sorelle”, e soprattutto ad alcuni “capibastoni” della politica italiana.

Un altro pregio letterario, secondo me, di Enzo Biagi era quello di esporti con semplicità e con esempi illuminanti i principi fondanti della nostra Carta Costituzionale.
Tutti ricordiamo che ultimamente ai referendum abbiamo detto che “tutti siamo uguali davanti alla legge”, art. 3.
Ebbene Biagi non ce lo sbatte in faccia con violenza, ma con delicatezza ponendoci le domande fatte ad un avvocato penalista, uno dei più bravi e conosciuti dei tempi: ADOLFO GATTI.

Adolfo Gatti in quegli anni era difensore di Felice Ippolito accusato e poi processato per irregolarità amministrative al CNEN.
“Se lei fosse imputato di un crimine, da quale tribunale vorrebbe essere giudicato?”. Sentite come ha risposto l’Avvocato: voi penserete come il piduista tessera n. 1816 ed i suoi cortigiani? NO! NO!!
“”Da una corte inglese, perchè sarei processato rapidamente, senza formalità, e con la certezza che davanti al magistrato, la cui autorità è altissima, IO E LA REGINA SIAMO SULLO STESSO PIANO”.

Questo è un insegnamento per le generazioni future, dopo che questa generazione spazzi via il “ventennio berlusconiano” che con leggi  “ad personam” , tra cui processi brevi e lunghi ed altro ha provacato guasti irreparabili alla Giustizia, affinchè non ne rinascono altri simili.

Al principio primo e fondante di ogni democrazia moderna, cioè l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge compresi i regnanti, prìncipi ed aderenti alle varie logge massoniche (anche la P2 e suoi adepti), si accompagna un altro principio inrinunciabile dei cittadini: IL DIRITTO DI ESSERE INFORMATO ED IL DOVERE DEL GIORNALISTA DI RIPOSTARE I FATTI COSI’ SONO AVVENUTI E DA LUI CONOSCIUTI.

Il 22 giugno 1970 Enzo Biagi nell’assumere la direzione del “Resto del Carlino” pubblica il suo editoriale e dice tra l’altro: “……..omissis….Secondo le consuetudini, sarebbe anche opportuno che annunciassi un programma. E’ abbastanza semplice. Racconteremo i fatti, senza cadere nel tanto diffuso peccato di omissione. Non abbiamo nulla da temere e da offrire, e niente da nascondere. “La verità non ha partito”: non è un motto del reazionario Pelloux, una trovata qualunquistica di Guglielmo Giannini, o una massima di Mao; l’ha detto GIACOMO MATTEOTTI. Tu, lettore, sei il nostro vero padrone: viviamo di copie e di pubblicità. Se non sei soddosfatto diccelo. Ci aiuterai a migliorare…….segue….”

Sono le parole dello stesso programma dell’unico giornale non finanziato dallo Stato: “IL FATTO QUOTIDIANO”.
E’ il giornale, secondo la figlia Bice in una recente intervista al giornale, oggi, se fosse in vita, Enzo Biagi scriverebbe.
Il 30 giugno del 1971 nel concedarsi dal suo pubblico ribadisce il suo pensiero di come deve essere inteso la professione del Giornalista, l’essenza della professione: “……UN SERVIZIO RESO AL PUBBLICO, UNICO E VERO PADRONE…..”

Ma il cronista per raccontare i fatti come sono avvenuti e come sono da lui conosciuti deve essere libero e non condizionato da lacci e lacciuoli.
Enzo Biagi riporta nel libro l’intervista che fece ad Enrico Berlinguer appena eletto Segretario del PCI nel 1972

BERLINGUER

Diceva Berlinguer: “…….omissis…Ci sono alcune libertà, come quella di stampa, che hanno un VALORE ASSOLUTO. Ma bisogna che ci siano anche certi MEZZI per RENDERLE EFFETTIVE….segue….”

I mezzi sono le leggi. Le leggi nascono dal Parlamento formato da Deputati e Senatori, eletti dal popolo sovrano, ma nel loro interno divisi per “lobby”.
Non è una mia tesi cervellotica, è un dato di fatto e serve a smontare quello che il Prof. Massimo Severo Giannini definì la Camera dei Deputati come “LO STUPIDARIO DI MONTECITORIO”. Definizione associata in una intervista alla “Stampa” in cui si affermava che “I deputati sono degli imbecilli e fanno leggi penose”.

Massimo Severo Giannini

Sono d’accordo con il Prof. Giannini nonchè Ministro della Funzione Pubblica e Senatore, ma con un “distinguo”. Cioè: le leggi penose ci sono, ma sono quelle che si applicano per il popolo e che per la “casta” si devono “interpretare” e sono di difficile interpretazione perchè “penose”, ergo non sono “imbecilli” in quanto le leggi che a loro dànno dei privilegi sono semplici e nascoste e taciute al “popolo (sovrano?, fate voi)”.

Ed a proposito di cretini, sinonimo di imbecilli, nel Parlamento attuale ne abbiamo, senza smentire me stesso perchè la definizione non è mia, di grande e di piccola “levatura”. Il nostro Ministro dell’Economia, se ci fate caso, gira sempre con le mani in tasca. E sapete perchè?

Pitigrilli

Conosce il pensiero di Pitigrilli il quale capiva il bacio del lebbroso ma non la stretta di mano al cretino: con le cose che si vedono, sarebbe costretto a girare con le mani in tasca.

Siamo arrivati, tracciando i passi che più mi hanno colpito, agli anni 2000. Gli anni che hanno segnato il nuovo millennio con l’introduzione della moneta unica europea, la morte di Bettino Craxi  e, soprattutto, de “EDITTO BULGARO”.

Sulla vicenda Craxi si è detto di tutto, poco si può aggiungere. Il quadro che dipinge il cronista Biagi è commovente. Inizia con un detto di un poeta tedesco che dice che con la morte si spengono le fiamme dell’odio. Lui aggiunge anche il clamore delle polemiche.
Ricorda Craxi come uomo sofferente con il volto di un vecchio gonfio e malato. Craxi ha sempre detto di essere stato trascinato nella disavventura di “Tangentopoli” a “sua insaputa”. Il capo socialista coniò l’assioma: tutti colpevoli tutti innocenti.
Però come maestro di B. Bettino è stato un grande.
B. (in questo caso sta per Bettino) non sapeva nulla delle tangenti, ma nel contempo accumulava ricchezze che ancora oggi non si sa dove le ha nascoste.
Dicevano i giovani rivoluzionari francesi che contribuirono alla presa della Bastiglia: “Non si può regnare ed essere innocenti”. E Forlani, altro protagonista della prima Repubblica, ammise a quel tempo: “In Italia non ci sono vergini”. E’ evidente che allora si riferiva ai politici. Ma se consideriamo il ventennio trascorso e considerando gli ultimi avvenimenti possiamo dire che parlare di “verginità” perduta di un politico è riduttivo: coloro che hanno perso la “verginità” politica si offendono. Ora è diventata un “puttanaio” e detta con una parola soft inventata di recente dal Sen. Guzzanti: “MIGNOTTOCRAZIA”. Il tutto condito dalla espressione del compagno Formica che diceva, allora: “Il convento è povero, ma i frati sono ricchi.”. Soltanto che ora i frati sono ultraricchi con superville e superbarche ecc. ecc. mentre il “convento Italia” è sull’orlo del fallimento.
B. (Bettino) ha sempre sostenuto che lui non ne sapeva nulla. Lui era contro la tesi della doppia morale, “una per il prìncipe ed una per i sudditi, una per lo Stato ed una per i cittadini, una per il partito ed un’altra per il popolo”; lui di certi traffici non si occupava, anzi non sapeva nulla; a smentirlo c’è un proverbio americano, valido in tutto il pianeta, che dice: “una foglia non può diventare gialla senza che lo sappia tutto l’albero.”
B. (sta per Berlusconi), seguace piduista di Bettino, in tutti i suoi processi ha raccontato la stessa barzelletta gabbando la maggioranza credulona degli italiani.

E siamo arrivati all’avvenimento che, Enzo Biagi usa il verbo “cambiare”, io dico ha sconvolto la vita del grande giornalista:

L’EDITTO BULGARO

Enzo_biagiSANTOROLuttazzi
Ecco come descrive quel giorno:
“Il pomeriggio del 18 aprile (2002 n.d.a.), come tutti i giorni, ero nella redazione de Il Fatto insieme con i miei collaboratori, quando arrivò quell’agenzia che mi ha cambiato la vita.
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, limprenditore che tanto aveva fatto e detto per avermi alla sua corte, dalla Bulgaria, durante una conferenza stampa nel World Trade Center di Sofia, la “Sapiente”, guarda l’ironia della geografia, con il Primo Ministro Simeone Sassonia Coburgo Gotha, accusò il collega Michele Santoro, il bravissimo comico Daniele Luttazzi e il sottoscritto: la RAI tornerà ad essere una tv pubblica, cioè di tutti, cioè oggettiva, cioè non politica, cioè non partitica e non faziosa come è stata con l’occupazione militare della sinistra. L’uso fatto da Biagi, da quel ….. come si chiama? ah Santoro, e da Luttazzi della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti è stato un uso criminoso . (La colorazione è d.a.) Preciso dovere di questa nuova dirigenza sia quello di non permettere più che questo avvenga. Ove cambiassero non c’è un problema ad personam, ma siccome non cambieranno….”. Il resto lo lascio al futuro lettore del libro.
Mie Considerazioni: l’allievo prediletto di Licio Gelli aveva il progetto di assoggettare al suo potere i giornalisti liberi con ogni mezzo. Se non riusciva con il denaro allora ricattava la propietà dei giornali della concorrenza per crearne il vuoto e l’isolamento del giornalista libero. Santoro ha dovuto ricorrere nei Tribunali per poter lavorare ed ora sappiamo come è finita la sua storia. Per Luttazzi ancora dura l’ostracismo, mentre per Biagi la riammissione fu decretata a furor di popolo, ma non riebbe il suo spazio: gli fu dato uno strapuntino, in ultima serata.
In RAI ci sono tanti “minchiolini” che fanno a gara a prostrarsi prono all’utilizzatore finale di “vergini che si offrono al drago” per la sete di potere.
Cercò di comprare, a suo tempo anche Di Pietro, ma gli è andata male, anzi malissimo: i suoi giornali hanno dovuto sborsare miglioni di lire o migliaia di euro nei processi.

Le parole più belle Biagi le scrive quando racconta del suo primo giornale durante la Resistenza. Io le considero il Testamento etico-professionale di un Giornalista dalla schiena dritta.
Ecco il passo più bello: “…..omissis….Da due anni ero giornalista professionista, così con i pochi mezzi che avevamo, feci un giornale, “Patrioti”, due pagine che stampavamo oltre il fronte, a Porretta Terme. Ne uscirono tre numeri…..omissis….Il primo numero uscì il 22 Dicembre 1944; accanto al logo della testata, dove oggi viene messa la pubblicità, scrissi: Esercito Partigiano, Divisione Bologna. L’editoriale portava il titolo “Perchè l’Italia viva”. Cominciava così: “Ciò che hai fatto non sarà dimenticato. Nè i giorni, nè gli uomini possono cancellare quanto fu scritto col sangue. Hai lasciato a casa tua madre, per correre alla montagna. Ti han chiamato “bandito”, “ribelle”; la morte ed il pericolo accompagnavano i tuoi passi. Scarpe rotte, freddo, fame, e un nemico che non perdona. Sei un semplice, un figlio di questo popolo che ha sofferto e che soffre: contadino o studente, montanaro od operaio. Nessuno ti ha insegnato la strada: l’hai seguita da solo, perchè il cuore ti diceva così. Molti compagni sono rimasti sui monti, non torneranno. Neppure una croce segna la terra dove riposano. La tua guerra è stata la più dura, tanti sacrifici resteranno ignorati. Contadino o studente, montanaro od operaio, ti sei battuto da soldato. E da soldati sono caduti coloro che non torneranno….GIOSUE’ BORSI,

Borsi

poeta e combattente, lottò e cadde per un’Italia più grande, ma soprattutto “per un’Italia più buona”. Anche tu vuoi che da tanti dolori nasca un mondo più giusto, migliore, che ogni uomo abbia una voce e una dignità. Vuoi che ciascuno sia libero nella sua fede, che un senso di umana solidarietà leghi tutti gli italiani tornati finalmente fratelli. Vuoi che questo popolo di cui sei figlio viva la sua vita, scelga e costruisca il proprio destino. Non avrai ricompense, non le cerchi. Sarai pago di vedere la patria, afflitta da tante sciagure, risollevarsi. Uno solo è il tuo intento: perchè l’ITALIA VIVA.
Il “testamento” è attuale: è di ammonimento e sprone a noi che siamo sopravvissuti, a non abbassare la guardia ed andare sempre con la schiena dritta.

Le ultime righe del libro riguardano la ricorrenza del 25 Aprile. Ecco come Biagi con parole semplici e toccanti lo ricorda: “……omissis…..Fra poco sarà il 25 Aprile (2007 n.d.a.). Una data che è parte essenziale della nostra storia: è anche per questo che oggi possiamo sentirci liberi. Una certa RESISTENZA non è mai finita. C’è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi. Il revisionismo a volte mi offende: in quei giorni ci sono state anche pagine poco onorevoli; e molti di noi, delle Brigate partigiane, erano raccogliticci. Ma nella Resistenza c’è il riconoscimento di una grande dignità. Cosa sarebbe stata l’Italia agli occhi del mondo?….segue”. 
Già, cosa scriverebbe Enzo Biagi oggi nel vedere cosa è diventata l’Italia agli occhi del mondo governata dal latrin lover da hardcore?

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